Il Natale non
si cancella: è tradizione, è comunità.
Venire a
conoscenza che a Genova il presepe è stato rimosso dalle decorazioni comunali
lascia un senso di smarrimento. Non tanto per il gesto in sé, quanto per ciò
che rappresenta: una rottura con una tradizione che non è solo religiosa, ma
profondamente sociale.
Il Natale,
prima ancora che festa cristiana, è tempo di famiglia, di comunità, di
riconciliazione. È il momento in cui ci si ferma, ci si ritrova, si rinnova un
senso di appartenenza. Il presepe, in questo contesto, è simbolo di
accoglienza, di nascita, di speranza.
Un sindaco,
qualunque sia la sua fede o la sua visione politica, non può decidere da solo
su ciò che appartiene alla memoria condivisa. Rappresenta tutti i cittadini, e
dovrebbe ascoltarne la voce, non anticiparla con gesti divisivi.
Se si ritiene
che il presepe debba essere rimosso per rispetto della laicità, allora lo
stesso criterio dovrebbe valere per tutte le altre feste religiose. Ma qui non
si tratta di vietare, bensì di riconoscere: riconoscere che alcune tradizioni
sono diventate patrimonio culturale, sociale, affettivo.
Il rispetto non
nasce dalla cancellazione, ma dalla convivenza consapevole. E il presepe, in
Italia, è parte di quella convivenza: non impone, non divide, ma racconta una
storia che molti, credenti e non, sentono propria.
Se il sindaco
di Genova, la signora Silvia Salis, si riconosce in una visione laica o non
religiosa, nulla da eccepire. Ma non può estendere una posizione personale
all’intera collettività genovese. E se non si sente più in grado di
rappresentare tutti i cittadini, è legittimo chiedersi se le dimissioni non
sarebbero un atto di coerenza e rispetto istituzionale.
28 novembre
2025 – Giuliano Martini Ascalone
