IL RICATTO DI HORMUZ E IL SUDORE DIMENTICATO: L’ITALIA PUÒ ANCORA DARSI DA MANGIARE?

 


IL RICATTO DI HORMUZ E IL SUDORE DIMENTICATO: L’ITALIA PUÒ ANCORA DARSI DA MANGIARE?


Mentre guardiamo con ansia allo Stretto di Hormuz e ai rincari del gas, abbiamo dimenticato che la vera libertà non viaggia in una pipeline, ma affonda le radici nella nostra terra. Siamo passati dall’essere il “granaio dell’Impero” a schiavi di un algoritmo, preferendo lo smartphone alla zappa.

 

C’è un paradosso che grida vendetta tra le pieghe della cronaca economica: l’Italia, il Paese che ha sfamato le legioni romane e l’intera Europa per secoli, oggi trema se una nave cisterna si blocca a diecimila chilometri di distanza. Ci dicono che dipendiamo dallo Stretto di Hormuz per l’energia e dal Canale di Suez per le merci. Ci dicono che senza il gas arabo o il grano canadese le nostre tavole resterebbero vuote. Ma è la verità o è l’ennesimo ricatto di un sistema che ci vuole consumatori e mai più produttori?

Il miraggio della modernità

Abbiamo barattato la nostra sovranità alimentare con la comodità del “tutto e subito”. Le statistiche del 2025 parlano chiaro: per la prima volta siamo importatori netti di cibo. Spendiamo miliardi per comprare all’estero ciò che potremmo coltivare nei milioni di ettari che oggi giacciono abbandonati o, peggio, ricoperti da distese di silicio e vetro di impianti fotovoltaici imposti da Bruxelles.

L’Europa ci detta le regole, limita le quote, ci dice cosa seminare e cosa disboscare, mentre noi restiamo a guardare i nostri borghi svuotarsi. Abbiamo accettato l’idea che il progresso sia un ufficio climatizzato e uno schermo retroilluminato, dimenticando che senza riscaldamento si sopravvive, ma senza pane no.

La generazione della distrazione

Il problema non è solo politico, è antropologico. Abbiamo cresciuto generazioni abili nel "cliccare" ma incapaci di "zappare". Il sudore della fronte è diventato un tabù, sostituito dalla distrazione digitale dei social media. Eppure, quegli stessi ragazzi che oggi maneggiano smartphone con destrezza potrebbero essere i nuovi centurioni della nostra terra. Basterebbe ribaltare il tavolo: usare la tecnologia per servire l'agricoltura, e non per scappare da essa.

Se i romani facevano dell’Italia il serbatoio del mondo conosciuto con la sola forza delle braccia e dell’ingegno, cosa potremmo fare oggi se solo decidessimo di riprenderci i nostri campi?

Una scelta di libertà

La crisi energetica e le tensioni in Medio Oriente sono un campanello d'allarme che non possiamo più ignorare. Sottostare ai ricatti geopolitici è una scelta, non una fatalità. Tornare alla terra non significa tornare al Medioevo, ma conquistare la forma più pura di libertà: la capacità di decidere cosa mettere nel piatto senza chiedere il permesso a una multinazionale o a un despota lontano.

È ora di smetterla di guardare all'orizzonte in attesa di una nave che forse non arriverà. È ora di abbassare lo sguardo, sporcarsi le mani e riscoprire che la vera "potenza alimentare" italiana non è un marchio su una confezione, ma il solco di un aratro nel nostro giardino.

L'Italia ha fame di futuro, ma il futuro ha il sapore del pane fatto in casa.

 

12 aprile 2025                                                                                     Giuliano Martini Ascalone


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