Amore e conoscenza: il confine
sottile tra pace e guerra
Due verità apparentemente opposte
ci insegnano che comprendere e amare non sono gesti separati — e che lo stesso
principio distingue la pace dalla guerra.
Non c’è amore se non c’è
conoscenza.
Non c’è conoscenza se non c’è
amore.
A prima vista sembrano due frasi in
contraddizione. In realtà sono il cuore di una stessa verità, osservata da due
angolazioni diverse. In un tempo che separa, semplifica e polarizza, queste
parole ricordano che capire e amare non sono gesti distinti, ma movimenti
reciproci, che si alimentano a vicenda.
Viviamo nell’epoca dell’accesso
illimitato all’informazione, eppure facciamo sempre più fatica a riconoscere il
valore della conoscenza autentica. Conoscere non significa accumulare dati, né
vincere una discussione con l’argomento più rapido. Conoscere è un atto
paziente: richiede tempo, ascolto, disponibilità a cambiare idea. Ed è qui che
entra in gioco l’amore. Senza un’attenzione sincera verso ciò che abbiamo di
fronte — una persona, un tema, una comunità — la conoscenza si riduce a un
esercizio sterile. Informarsi senza coinvolgimento produce solo distanza.
“Non c’è amore se non c’è
conoscenza” vale soprattutto nelle relazioni umane. L’amore che non conosce
idealizza, proietta, consuma. È l’amore che non ascolta, che non fa domande,
che non accetta la complessità dell’altro. Amare davvero significa conoscere
l’altro nella sua realtà, non nella versione che ci fa comodo. È un atto di
responsabilità: sapere chi abbiamo davanti, comprenderne i limiti, le paure, le
contraddizioni. Senza questa conoscenza, l’amore diventa fragile o, peggio,
possessivo.
Ma l’altra frase è altrettanto
vera: “Non c’è conoscenza se non c’è amore”. Nessuna comprensione profonda
nasce dal disprezzo. Non si capisce ciò che si rifiuta in blocco. Non si studia
davvero ciò che non interessa. Anche nella ricerca scientifica, nel giornalismo,
nell’educazione, la spinta iniziale è quasi sempre una forma di amore:
curiosità, passione, desiderio di senso. Chi indaga il mondo con ostilità lo
riduce a schema; chi lo guarda con attenzione lo scopre.
Questo vale anche nel dibattito
pubblico. Le società polarizzate producono molte opinioni e poca conoscenza.
Quando l’altro diventa solo un nemico da sconfiggere, smettiamo di capirlo.
Senza un minimo di empatia — che non è giustificazione, ma sforzo di comprensione
— non nasce alcuna analisi seria. L’amore, in questo senso, è un atto civile:
la scelta di non rinunciare alla complessità, di non accontentarsi della
caricatura.
Educare oggi significa tenere
insieme queste due dimensioni. Non basta trasmettere nozioni se non si accende
il desiderio di capire. Non basta parlare di valori se non si insegna a
conoscere i fatti. Scuola, università e informazione condividono una stessa
sfida: ricucire il legame tra sapere e cura.
Le due frasi, allora, non si
negano: si inseguono. Dicono che l’amore cieco non è amore e che la conoscenza
fredda non è conoscenza. In mezzo c’è uno spazio esigente ma necessario, in cui
comprendere diventa un gesto affettivo e amare un atto di lucidità. È lì che si
gioca la qualità delle nostre relazioni, della nostra cultura e, in fondo,
della nostra democrazia.
Questo stesso principio, portato
fino in fondo, traccia una linea netta tra pace e guerra.
La pace non è un sentimento, ma una
relazione esigente tra amore e conoscenza.
Non c’è amore se non c’è
conoscenza.
Non c’è conoscenza se non c’è
amore.
È un equilibrio fragile, lento,
imperfetto — e proprio per questo profondamente umano.
La guerra nasce quando questo
legame viene spezzato.
Quando si rinuncia a conoscere
perché capire richiede tempo, e si rinuncia ad amare perché amare costringe a
vedere davvero.
Chi ama la guerra la chiama
realismo.
In realtà è solo impazienza
travestita da forza:
l’incapacità di sostenere la
complessità del mondo senza semplificarla a colpi di violenza.
La pace chiede menti adulte,
disposte al dubbio e alla fatica del pensiero.
La guerra si accontenta di certezze
rumorose.
E forse è per questo che continua a
farsi sentire così forte:
non per ciò che comprende, ma per
tutto ciò che non è mai riuscita — né ha voluto — capire.
2 gennaio 2026 – Giuliano Martini
Ascalone
