Festival di Cannes 2016: Almodovar e le colpe perdute di "Julieta"

L’eterno ritorno al melodramma di Pedro Almodovar porta questa volta il nome di “Julieta”, già da un mese sugli schermi in Spagna e oggi in Concorso a Cannes 69. L’emozione è la solita, come sempre scritta sulla dimensione di una femminilità che incarna antiche tragedie matriarcali e moderne torsioni passionali. Tra segreti, rivelazioni, colpe e rancori, questa volta il gioco sembra l’inversione di “Tutto su mia madre”, con un dramma incarnato nel rapporto interrotto tra una donna e la figlia.L’intreccio insiste sul tema delle relazioni affettive mancate: quando incontriamo Julieta, infatti, lei sta iniziando una nuova vita, pronta a partire con suo il nuovo uomo per il Portogallo, lasciandosi dietro un segreto che le adombra l’anima. In realtà il caso come al solito fatale la rimette sulle tracce della figlia Antìa, di cui non ha notizie da anni, ovvero da quando, raggiunta la maggiore età, la ragazza è uscita inderogabilmente dalla sua vita, negandole non solo la sua presenza ma anche qualsiasi notizia. Il fatto è che alle spalle c’è una storia di grande amore e felicità, quella vissuta da Julieta assieme Xoan, omerico pescatore incontrato sul treno e ben presto passionalmente sposato, da cui era nata Antìa. In realtà poi tutto era finito in tragedia, per la solita rivelazione maligna della tata (immancabile Rossy de Palma) che aveva svelato a Julieta la relazione segreta tra il marito e quella che lei credeva essere solo una sua amica. Poi una storia di morte in mare, di vite ricostruite, di ossessioni d’amore adolescenziale e di altre rivelazioni che incidono le ragioni della colpa nel rapporto tra madre e figlia, determinandone la frattura. L’intreccio è come sempre in Almodovar un intrigo di elementi basilari, funzioni narrative istintive di un autore che declina la tragedia classica in tutti i suoi risvolti, commutandola nel più solido melodramma cinematografico. 
Il matriarcato diventa ovviamente una corte di pulsioni emotive pure, gestite dal regista spagnolo come una tela su cui i colori si mescolano abilmente. Il punto è che in “Julieta” Almodovar elabora senza estro un sistema estetico e tematico che ormai risulta prevedibile e sclerotizzato. L’istinto della sorpresa e dell’imprevisto, che tanto ha dato al cinema almodovariano, è sostituito da una prassi consolidata, da cui si esce magari non insoddisfatti, ma di certo poco entusiasti. In più questa volta viene a mancare l’apporto di grandi interpreti femminili, risultando la doppietta tra le due protagonista Adriana Ugarte e Emma Suarez (rispettivamente la Julieta giovane e quella matura) poco convincente e priva di effettivo fascino.

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